Otto dollari per una dozzina. L’uovo, simbolo di semplicità alimentare, è diventato oggetto di una crisi surreale negli Stati Uniti. L’aviaria ha decimato gli allevamenti, la domanda interna cresce senza tregua, e ora, a ridosso di Pasqua e Pesach, Washington guarda oltre l’Atlantico, implorando aiuto.
Gli occhi americani si sono posati sul Veneto, prima regione italiana per produzione avicola. A seguire, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ma la risposta non è stata un sì incondizionato. Gian Luca Bagnara, presidente Assoavi, ha spiegato che è in corso un monitoraggio per capire se si possa dare una mano senza compromettere l’equilibrio interno: “Le perdite statunitensi superano di tre volte l’intera nostra produzione. Siamo attenti ma prudenti”.
Punti chiave:
- Prezzi delle uova fuori controllo negli USA (quasi 8$ a dozzina)
- Aviaria e domanda interna rendono impossibile l’autosufficienza
- L’Italia riceve richieste, ma anche qui il settore è sotto pressione
- La Svezia rifiuta: nessuna esportazione verso gli USA
L’Europa non è un supermercato
Michele Barbetta di Confagricoltura Veneto non usa giri di parole: “Anche noi siamo in affanno. Le richieste ci arrivano da tutta l’America, ma non possiamo garantire nulla. Abbiamo perso 4 milioni di galline”. Il bilancio è pesante anche in Italia: una perdita del 10% sugli allevamenti, che significa 1,4 miliardi di uova in meno.
Intanto, dalla Svezia è arrivato un rifiuto netto. Il CEO del principale produttore nazionale, Håkan Burlin, ha sbarrato la porta: “Non c’è interesse a vendere uova agli Stati Uniti”. La crisi americana si scontra con un’Europa che protegge le sue riserve.
E così, nel cuore dell’Occidente, si riaffaccia una verità spesso dimenticata: quando la filiera si spezza, anche le uova possono diventare rare come l’oro.








