Come ho appreso dalle agenzie e da alcune testate autorevoli, mangiare ramen tre o più volte alla settimana potrebbe compromettere la longevità. Un’analisi condotta dall’Università di Yamagata, nel nord del Giappone, ha infatti rilevato che chi consuma con tale frequenza la celebre zuppa di noodles presenta un rischio di mortalità superiore di circa una volta e mezza rispetto a chi si limita a una o due porzioni settimanali. L’Università di Yamagata (Yamagata University, YU) è una università pubblica nazionale situata nella prefettura di Yamagata, nel nord del Giappone. Offre un’istruzione completa e si distingue per avere sei facoltà distribuite in quattro campus principali, dedicati a campi come Medicina, Ingegneria, Agricoltura e Scienze Umanistiche e Sociali.
Il legame tra ramen e consumo di sale
Il ramen, piatto simbolo della cucina nipponica nonostante le radici cinesi, deve gran parte della sua fama al brodo ricco di miso o soia, abbinato a tagliolini, verdure e ingredienti che spaziano dal maiale alle uova marinate fino alle alghe. La combinazione gustosa, però, nasconde un problema: l’elevato contenuto di sale. È proprio l’eccesso di sodio a preoccupare i ricercatori, che lo indicano come principale responsabile dell’aumento di rischio rilevato.
La ricerca: quindici anni di osservazioni
Lo studio ha coinvolto 6.725 cittadini con più di 40 anni residenti nella prefettura di Yamagata, regione che negli ultimi anni ha registrato la spesa più alta del Paese per ramen. I partecipanti sono stati seguiti per oltre un decennio, dal 2009 al 2023, attraverso controlli medici regolari. Gli studiosi li hanno suddivisi in quattro gruppi in base alla frequenza di consumo del piatto e hanno evidenziato che i forti consumatori, cioè chi lo portava in tavola almeno tre volte a settimana, correvano un pericolo sensibilmente maggiore rispetto a chi ne faceva un uso più contenuto.









