L’extravergine d’oliva, da sempre emblema del gusto mediterraneo e simbolo dell’agricoltura tricolore, è diventato un bene sempre più raro e costoso. I rincari non sono un effetto passeggero, ma la punta dell’iceberg di un settore che scricchiola sotto la pressione di fattori strutturali, climatici e sanitari. A guidare il cambiamento è un calo produttivo che lascia il mercato scoperto, spalancando le porte alle importazioni estere. I numeri raccontano una realtà che inquieta: il fabbisogno nazionale supera abbondantemente l’offerta interna e, in questo vuoto, si infilano oli d’oliva stranieri a basso costo e dubbia trasparenza.
Il declino degli ulivi italiani: tra batteri e siccità
L’Italia, un tempo roccaforte dell’olivicoltura, ha perso terreno. La Xylella fastidiosa ha inferto ferite profonde al tessuto agricolo del Sud, in particolare in Puglia, dove migliaia di piante sono state abbattute per contenere l’avanzata del batterio. L’ulivo, pilastro del paesaggio rurale e dell’identità locale, è stato trasformato in legna da ardere, mentre il clima sempre più estremo – tra gelate fuori stagione e lunghi periodi di siccità – ha reso i cicli produttivi imprevedibili.
Nel biennio 2024-2025, la produzione nazionale ha raggiunto appena 240.000 tonnellate. Nel 2023 erano 330.000. Il consumo interno e le esportazioni, però, continuano a richiedere tra le 850.000 e le 900.000 tonnellate, con un deficit strutturale colmato da oltre 600.000 tonnellate di olio proveniente dall’estero. Spagna e Grecia sono i fornitori principali, ma il flusso di olio tunisino – ben più economico – cresce inesorabilmente.
Un mercato polarizzato: il Sud produce, il resto consuma
La produzione resta concentrata al Sud, con la Puglia a rappresentare da sola oltre un quarto delle giacenze nazionali. Calabria e Sicilia seguono a distanza, ma il Nord, pur essendo un grande consumatore, ha un peso marginale sul fronte produttivo. Questa disomogeneità territoriale espone l’intero sistema olivicolo italiano a un rischio elevato: basta un evento climatico o fitosanitario in una singola regione per mandare in crisi il comparto.
Le aziende olivicole, nella maggior parte dei casi di dimensioni familiari e a gestione tradizionale, arrancano nel tentativo di restare competitive. L’adozione di tecnologie moderne è ancora troppo lenta, e le economie di scala irraggiungibili per chi lavora pochi ettari di uliveto.
Prezzi fuori controllo e olio “low cost” in arrivo dall’estero
Nel giro di dieci anni, il prezzo dell’olio extravergine è cresciuto del 173%. Solo nel biennio 2023-2024, si è registrata un’impennata del 61%. Dove una bottiglia costava 3-4 euro, oggi ne servono anche 9. L’effetto sulle abitudini di acquisto è stato immediato: un italiano su tre ha ridotto il consumo di extravergine, sostituendolo con oli di semi, più accessibili ma meno pregiati.
Il fenomeno ha aperto le porte agli importatori, che propongono oli extracomunitari a prezzi imbattibili. La Tunisia, in particolare, esporta verso l’Italia un prodotto venduto a meno di 5 euro al litro. Un olio che spesso non rispetta i rigorosi standard qualitativi del made in Italy, ma che finisce comunque sulle tavole di milioni di famiglie italiane, attratte dal prezzo.
Protezione della filiera e trasparenza: le richieste dei produttori
Il ministro Francesco Lollobrigida ha più volte sottolineato l’urgenza di salvaguardare il patrimonio olivicolo nazionale e di tutelare il lavoro di migliaia di piccoli produttori messi in ginocchio da questa concorrenza sleale. Le richieste del settore sono chiare: controlli più severi sull’origine dell’olio in commercio, incentivi per l’ammodernamento delle aziende agricole e campagne di comunicazione che valorizzino il vero olio italiano.
Il rischio è doppio: da un lato, la qualità della dieta mediterranea potrebbe risentire dell’abbandono dell’extravergine; dall’altro, l’identità agroalimentare del Paese rischia di perdere uno dei suoi simboli più autentici.
Olio EVO: cos’è e perché fa bene
EVO, acronimo di “Extra Vergine d’Oliva”, identifica un olio ottenuto solo da spremitura meccanica, senza processi chimici. La sua acidità è inferiore allo 0,8% e conserva un profilo nutrizionale intatto: alto contenuto di acidi grassi monoinsaturi (soprattutto acido oleico), presenza significativa di polifenoli e vitamina E. Ogni cucchiaio (15 ml) apporta circa 120 kcal e una combinazione unica di antiossidanti naturali.








